Il principe dei musici
I MADRIGALI
Gli autori fiamminghi crearono un vero e proprio stile
musicale ma, a differenza dei madrigalisti italiani, non giunsero mai ad
accettare uno stile dissonante e cromatico, restando fedeli ai propri principi
di consonanza e di equilibrio formale. Verso la metà del secolo il madrigale
assume l'importanza e la dignità di scrittura propria della musica sacra. Il
numero delle voci sale a cinque (o anche più). L'andamento isoritmico viene
definitivamente abbandonato, per uno stile dal carattere prettamente polifonico,
imitativo e contrappuntistico delle composizioni, similmente al mottetto sacro.
Non è a caso, appunto, che i maggiori madrigalisti del momento siano i maggiori
compositori di musica sacra, quali C. De Rore, o G.P. da Palestrina.
Alla fine del cinquecento il
madrigale assume più di ogni altra forma musicale aspetti tipicamente
tardo-rinascimentali, nella ricerca di sentimentalità e di espressione degli
affetti. La scrittura musicale diviene cromatica, sia nel senso dell'uso di un
numero elevato di note eseguite in rapida successione, che dell'uso delle
alterazioni cromatiche e quindi della dissonanza, che meglio esprime i
sentimenti di dolore contenuti nei testi prediletti del Tasso o del Guarini.
Si tende inoltre a far aderire
quanto più possibile la musica alle immagini del testo poetico attraverso una
complessa simbologia (madrigalismi). Gli autori del momento, che protrarranno la
loro produzione fino ai primi tre decenni del 1600, sono L. Marenzio, C.
Monteverdi e Gesualdo da Venosa.
Gesualdo si
contraddistingue per le inusuali arditezze armoniche, mentre con Marenzio e
Monteverdi il madrigale giunge alla massima perfezione formale.
A partire dal V° libro Monteverdi ne inizia la
trasformazione, aggiungendovi dapprima un basso continuo, poi dei passaggi in
duo, in trio e dei ritornelli strumentali, o scrivendo addirittura dei madrigali
per una voce e basso continuo, dando così origine alla "Cantata".
E' da ricordare inoltre un altro
tipo di madrigale, di gusto tipicamente popolaresco o grottesco, sviluppatosi
verso la fine del '500, cosiddetto "rappresentativo", che comunque non era
destinato alla scena. L'intreccio polifonico incarnava ora uno ora l'altro
personaggio di una scena immaginaria, talvolta in relazione ad una vera e
propria trama. Ne è l'esempio la celebre commedia madrigalesca "L'Amfiparnaso"
di O. Vecchi, oppure "La barca di Venetia per Padova" e "Il festino nella sera
di giovedì grasso avanti cena" di A. Banchieri, oppure le "Mascherate piacevoli
e ridicolose per il carnevale" di G. Croce.